Storia del Karate-Do

Alla domanda “Che cosa è il karate?”, Kenei Mabuni, riprende il pensiero tradizionale su questo argomento,  risponde nella sua opera shito-ryu karate do:  “Sommariamente, il karate-do deriva dall’arte del combattimento a mani nude trasmessa segretamente da gran tempo nell’isola di Okinawa. Si tratta di una sottile arte dell’autodifesa che permette di vincere il nemico per mezzo delle più varie tecniche utilizzando le diverse parti del corpo in modo razionale ed efficace, ad esempioin colpi di pugno e di mano diretti o circolari, calci e anche proiezioni e immobilizzazioni […] Ma il vero karate-do non è una semplice arte del combattimento. Il suo primo obbiettivo e forgiare il corpo e lo spirito. in effetti quest’arte è stata praticata e approfondita storicamente con lo scopo di giungere alla dignità di un saggio. Gli adpeti di karate-dodevono rifellettere sul senso di queste due massime: “L’arte del pugno è quella di un saggio” (kunshi-no-ken) e”Il karatenon comincia con un attacco” (karate-ni-sente-nashi). Essi non devono mai dimenticarle…”

Karate

I. La storia di Okinawa tra Cina e Giappone

Le isole dell’arcipelago Ryūkyū si estendono tra il Kyūshū e Taiwan con una superficie in lunghezza superiore ai 1000 km. L’isola principale di Okinawa, che occupa una superficie pari a 1220 km², è situata esattamente a metà strada tra il Kyūshū e Taiwan. Data la sua posizione geografica, Okinawa è stata profondamente plasmata dalla cultura cinese e da quella giapponese. Il tōde*,  nome originario del karate, è una chiara esemplificazione di questo duplice influsso.

Okinawa

Già a partire dal 1372, la presenza cinese nelle isole Ryūkyū divenne così influente al punto tale che era l’imperatore della Cina che conferiva il titolo di re di Ryūkyū, inviando un’ambasceria** ogni qualvolta venisse celebrata l’incoronazione di un re. Si presume che la delegazione cinese avesse avuto un ruolo centrale nella diffusione dell’arte del combattimento data la sua lunga permanenza in occasione di ogni incoronazione. Nel 1392  il re Satto richiese ad un gruppo di famiglie cinesi di trasferirsi nel villaggio di Kume, nella regione di Naha***.  Queste famiglie, il cui incarico era quello di mantenere salda la relazione di dipendenza di Okinawa con la Cina, formavano una cerchia chiusa all’interno della quale si suppone praticassero un’arte del combattimento a mani nude, simbolo della loro autorità e della loro posizione privilegiata.

È interessante soffermare l’attenzione sul quarto articolo, e in modo particolare, sulla frase “[…] ha raccolto armi per proteggere il proprio paese”. Con questa frase non si vuole indicare la decisione del re di incrementare il proprio armamento, bensì la volontà di confiscare tutte le armi presenti nel paese, operando un vero e proprio disarmo della popolazione, che mirasse alla costituzione di un ambiente pacifico ed armonioso. Quindi cadrebbero le ipotesi per le quali il karate sia nato a causa di una rivolta di un popolo privato delle armi contro un invasore straniero o contro il  potere oppressivo del re. Come si è già potuto constatare, l’arte del combattimento di matrice cinese, da cui poi deriverà il karate nelle sue molteplici forme, era una manifestazione del privilegio, dell’autorità e della capacità difensiva di alcune famiglie cinesi trasferitesi ad Okinawa. Il karate non presenta origine popolare perché era praticato in segreto in cerchie chiuse alle quali solo pochi potevano accedere, per di più nobili.
È possibile pensare che, grazie agli spostamenti tra i diversi strati sociali, l’arte del combattimento si sia diffusa in modo graduale anche tra i ranghi che precedentemente ignoravano la sua esistenza.**** La trasmissione del tōde fu a carattere esoterico perché, da una parte, quest’ultimo fu a lungo praticato segretamente e, dall’altra, la dominazione di Satsuma continuò a mantenere il proprio controllo sull’armamento del territorio. Il fatto che l’arte del combattimento a mani nude fosse quasi del tutto sconosciuta dall’insieme della popolazione, che la sua pratica fosse gelosamente custodita come un segreto, essendo concepita come segno di privilegio e che la sua diffusione si fosse verificata tramite reti di trasmissione nascoste, fa riflettere sulla logica sociale e sulla tradizione culturale della formazione del karate.
l’ampliamento della forza militare e la costituzione di un nuovo sistema politico-amministrativo ispirato ai modelli occidentali caratterizzarono in maniera sostanziale questo periodo. All’inizio dell’epoca moderna anche le isole Ryūkyū furono soggette ai notevoli cambiamenti di cui fu protagonista il Giappone. Nel 1879 i feudatari giapponesi  persero i loro.
Da questa breve analisi storica possiamo cogliere la peculiarità dell’identità di Okinawa, ovvero il suo carattere ibrido dato dall’intima integrazione della sua cultura con gli influssi cinese e giapponese. L’articolazione di questi tre elementi è centrale nello studio della formazione del karate e in modo particolare nell’analisi di quest’arte marziale in quanto fenomeno di appropriazione culturale. La stessa combinazione che ha generato l’identità culturale Okinawense nel suo complesso, conferisce il senso culturale a questa disciplina, che sviluppatasi originariamente dall’arte del combattimento cinese,  ha conosciuto la sua evoluzione sotto l’influenza delle arti marziali giapponesi, ovvero il budō*****.
In conclusione, riporto una tabella riassuntiva della periodizzazione della storia di Okinawa:

PERIODI DELLA STORIA DI OKINAWA ANALIZZATI PRINCIPALI INFLUENZE
Fino al periodo Yayoi
(III SECOLO)
GIAPPONESE
Dalla fine del III SECOLO all’inizio del XVII SECOLO CINESE
Dal XVII SECOLO alla fine del XIX SECOLO GIAPPONESE (PERIODO TOKUGAWA)
Dalla fine del XIX SECOLO GIAPPONESE (EPOCA MEIJI)

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*L’espressione tōde significa “ la mano della Cina” (te, mano; tō, Cina). All’inizio del XX SECOLO, però, questa parola non fu più utilizzata perché venne sostituita dalla nuova parola karate. (Nel secondo capitolo spiegherò più dettagliatamente il passaggio dalla parola tōde alla parola karate. Proporrò un’analisi da cui emergerà l’idea per cui un nome può rivelare un cambiamento culturale-identitario). Inoltre, mi riferirò al karate facendo uso anche della sola parola te, per esempio nell’espressione: il te di Okinawa.

**Dal 1372 al 1866 l’invio della delegazione cinese ebbe luogo per ben 23 volte. La delegazione, costituita da circa 500 persone tra funzionari civili e militari, si fermava a Okinawa da tre fino a dieci mesi ed esercitava il ruolo di mediatore nelle relazioni Cina-Okinawa.

***Nome della città marittima più importante dell’isola. Naha, fiorente centro del commercio locale, Shuri, sede amministrativa dove risiedevano funzionari e nobili, e il villaggio di Tomari costituivano i tre centri focali di trasmissione del karate ad Okinawa. In ognuna di queste tre zone si sviluppò un approccio diverso a quest’arte del combattimento sulla base di elementi, quali: provenienza della tecnica, contributi apportati da maestri e adepti, relazioni tra di essi. Le forme del tōde legate a queste tre località prendono rispettivamente il nome di nahate, tomarite e shurite.
La comparsa di espressioni come: “mano dei contadini”, “mano degli artigiani” in cui il termine mano o te assume il significato di arte o tecnica, lascia presumere che l’arte dei nobili avesse pian piano penetrato le altre classi sociali.

**** La somiglianza di alcuni kata (insieme di movimenti tecnici) a balli tipici okinawensi e l’interesse degli abitanti ad un’arte del combattimento senza armi piuttosto che a discipline che prediligevano l’utilizzo di armi lascia presumere l’esistenza di una pratica autoctona rudimentale già prima dei contatti con la Cina che ha trovato nell’arte cinese la possibilità dell’affinamento e del perfezionamento della tecnica. Ma questa teoria rimane ancora oggi puramente ipotetica in mancanza di documenti che ne possano dare testimonianza.

*****Il budō, la cosiddetta “via del guerriero”, costituisce l’insieme delle arti marziali giapponesi che liberatesi dalla loro valenza militare, si prefiggono come unico fine il perfezionamento spirituale secondo l’accezione buddhista del termine. Sono frutto della ricerca di forme lecite di espressione della violenza attraverso una specifica etica del vivere.

2. La diffusione del tōde ad Okinawa

L’introduzione dell’istituzione scolastica ad Okinawa, come in tutto il Giappone, e l’instaurazione del sistema di coscrizione militare obbligatorio, unito alla costituzione di un sistema di educazione fisica in tutte le scuole, significarono un grande punto di svolta per l’arte locale trasmessa fino a quel momento. Vennero apportate fondamentali modificazioni alla disciplina classica, che presto diventò una materia scolastica. Nel 1901 il maestro Itosu Ankō,  attraverso il quale ci sopraggiunge la tradizione dello shurite della scuola di Matsumura Sōkon,  riuscì a fare adottare il tōde come disciplina di educazione fisica nella scuola elementare di Shuri. L’insegnamento di Itosu fu apprezzato al punto tale che, nel 1905 il tōde fu introdotto anche nei programmi didattici del liceo e dell’istituto magistrale di Okinawa. La  formalizzazione del tōde, in seguito al suo inserimento tra gli insegnamenti scolastici, richiese l’attenuazione del suo aspetto combattivo per evidenziarne le componenti educative, fisiche e morali. L’intenzione primaria di Itosu era quella di diffondere il te di Okinawa in tutto il paese. Riporto ora parte di un testo dell’ottobre del 1908 scritto da Itosu, che dà prova di questo intento:

“[…] Se insegniamo il karate all’istituto magistrale seguendo queste dieci istruzioni

formeremo degli istruttori che insegneranno in seguito nelle scuole delle diverse regioni.

E, se essi insegneranno con vigore nelle scuole elementari regionali,

penso che il risultato sarà evidente da qui a una decina d’anni,

non soltanto nella nostra provincia, ma in tutto il paese, e che saremo,

così, utili alla società militare del nostro paese”.


Itosu non era il solo a voler trasmettere la sua arte “in tutto il paese”. Questo desiderio accomunava numerosi adepti del te che si prefissero l’obbiettivo di cancellare l’immagine esoterica di questa disciplina e di gettare le basi per la formazione di una pratica che potesse essere indirizzata ad un numero sempre maggiore di allievi. Alla base di questo cambiamento risiedeva la volontà di stabilire l’identità okinawense di fronte al Giappone, nuovo Stato moderno. Successivamente, questo desiderio venne accompagnato dall’intenzione di elevare il te di Okinawa al rango delle arti marziali propriamente giapponesi. Il collocamento tra le discipline appartenenti al budō poteva garantire la nobilizzazione dello status del tōde. Ma il riconoscimento di quest’arte del combattimento in quanto disciplina budō richiedeva inesorabilmente l’eliminazione di ogni elemento che potesse ricongiungerla alle sue origini cinesi. Un mezzo attraverso cui fu possibile operare la dissoluzione della presenza cinese è riscontrabile nella manipolazione del linguaggio. Ed è esattamente su questo punto che voglio soffermare la mia attenzione.

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Itosu (1830-1915) nacque in una famiglia di funzionari. All’età di 30 anni divenne allievo di Matsumura e nel 1885 cominciò ad insegnare il tōde nel giardino confinante con la propria casa. È ricordato come una figura centrale nella trasmissione del tōde per aver operato una notevole riforma della disciplina classica.

Matsumura (1809-1899) proveniva da una famiglia nobile di Ryūkyū. È a lui che si fa risalire la costituzione della prima scuola del tōde. Matsumura, maestro di Itosu, fu il primo ad introdurre un elemento di creatività nella disciplina importata dalla Cina, attraverso un’organizzata integrazione di caratteristiche prettamente cinesi con altre di autentica provenienza giapponese.


3. Gli stili e i maestri fondatori

Prima di procedere con l’analisi terminologica è necessario presentare i diversi stili che si sono sviluppati nel corso della storia ad Okinawa ed in Giappone. L’esistenza di una così ricca varietà di stili è riconducibile al fatto che l’arte cinese del combattimento trasmessa ad Okinawa fosse distinta in due correnti fondamentali: Shōrinryū e Shōreiryū.* Le differenze che caratterizzano le due diverse correnti sono spiegate chiaramente da Funakoshi Gichin, fondatore dello Shōtōkan:

“[…] se i kata devono essere classificati, si può, in maniera generale,

distinguere due grandi gruppi: quelli che appartengono allo Shōreiryū

(scuola Shōrei) e quelli che appartengono allo Shōrinryū (scuola Shōrin).

Il primo mette l’accento sullo sviluppo della forza e della potenza muscolare;

è sorprendente per l’impressione di forza che sprigiona. Al contrario, la scuola Shōrin è molto leggera,

e richiama senz’altro il rapido volo del falco […].

I due stili sviluppano lo spirito e il corpo, e l’uno non è migliore dell’altro.

Essi hanno entrambi i loro punti deboli e i loro punti forti, e coloro

che vogliono studiare il karate devono riconoscere questi punti e studiarli di conseguenza.”

K. Tokitsu, op. cit., p. 93


La scuola Shōrin diede origine allo shurite e al tomarite mentre dalla scuola Shōrei si sviluppò il nahate. L’arte  studiata in ognuna di queste tre zone di Okinawa si articola in un numero di varietà non indifferente. Lungo il percorso di ramificazione è assolutamente centrale il momento di rottura (anni Venti e Trenta del XX SECOLO) nella formazione dell’arte locale e del karate sviluppato in Giappone. Distinguiamo ora tra  le 4 scuole principali:

•    Shōtōkan;
•    Gōjūryū;
•    Shitōryū;
•    Wadōryū;

La scuola Shōtōkan fu fondata dal maestro Funakoshi (1868-1957). Funakoshi nacque vicino a Shuri in una famiglia di funzionari molto legata alla tradizione. All’età di 12 anni iniziò la pratica del karate diventando allievo di Asato Ankō** e di Itosu. Nel 1938, all’età di 70 anni, dopo un lungo percorso formativo, che ebbe inizio intorno al 1922, chiamò il suo dōjō, Shōtōkan, ovvero “la casa (kan) del fruscio della pineta (shōtō)”. La sua scelta fu determinata dal fatto che, già in giovane età, egli fosse un talentuoso calligrafo che firmava le sue opere con lo pseudonimo di Shōtō. Questo nome richiama il ricordo di quei giorni in cui, in gioventù, passeggiava tra le colline e i monti del suo paese natale accompagnato dal fruscio dei pini. Scegliere Shōtō come nome per il suo dōjō significava:

“poter proseguire la via del karate, così come la vita, nella grazia della verità intrinseca alla calma del fruscio dei pini.”

Dinamicità dei movimenti, esagerazione delle posizioni  basse, ampiezza gestuale e sviluppo della forza muscolare sono le peculiarità dei questo stile. Conta 26kata*** ma quelli creati ed insegnati da Funakoshi sono solamente 15.

Higaonna

Higaonna Kanryo

La scuola Gōjūryū fu fondata dal maestro Miyagi Chōjun (1888-1953).Miyagi nacque a Naha da una famiglia di ricchi mercanti e intorno all’età di 14 anni iniziò a praticare il tōde sotto la direzione del maestro Higaonna Kanryō.**** Le caratteristiche gestuali di questo stile si rifanno ai due concetti basilari su cui Miyagi pose l’accento: l’idea di gō che racchiude in sé i significati di forza e durezza e l’idea di jū che implica movimenti cedevoli e morbidi. Per raggiungere l’armonia tra gō e jū è essenziale un attento lavoro di respirazione. Miyagi creò il nome per la sua scuola unendo questi due concetti. I kata praticati da questa corrente sono 12.

Anko

Itosu Anko

La scuola Shitōryū fu fondata da Mabuni Kenwa (1889-1952). Mabuni nacque a Shuri da un’antica famiglia di funzionari del re di Ryūkyū. A causa della sua salute precaria venne introdotto all’arte del combattimento molto presto in modo tale da irrobustire il proprio corpo. All’età di 13 anni divenne allievo di Itosu. Dopo aver iniziato a lavorare come insegnante nella scuola elementare di Naha, conobbe il maestro Higaonna tramite il suo amico Miyagi e fu così che ebbe l’opportunità di avvicinarsi al nahate che rappresentava l’espressione più fedele dell’arte cinese. Da questa duplice eredità nacque la corrente dello Shitōryū. Mabuni scelse shitō come nome per la sua scuola per sottolineare questa doppia eredità. Difatti, 糸 è il primo ideogramma del nome di Itosu (ito) e 東 è il primo ideogramma del nome di Higaonna (higa). Ito si può anche pronunciare shi e higa si può anche pronunciare tō. Shitōryū significa, quindi, “scuola nata dai due maestri Itosu e Higaonna”. Questo stile presenta un repertorio molto ricco perché Mabuni faceva capo a due maestri le cui arti seguivano andature molto differenti. Inoltre, Mabuni, nel corso della sua vita, indirizzò parte del suo interesse anche verso altre discipline, come per esempio le arti classiche di Okinawa, i ryūkyū kobujutsu, arricchendo  notevolmente la sua scuola. Le peculiarità di questo stile sono la sottigliezza tecnica, la velocità, la mobilità del bacino. Conta il numero maggiore di kata che ammonta a più di 50, di cui 4 sono stati creati da Mabuni.   
La scuola Wadōryū fu fondata dal maestro Ōtsuka Hironori (1892-1982). Ōtsuka nacque ad Ibaragi, vicino Tōkyō in una

famiglia di medici. Si avvicinò al karate, diventando allievo di Funakoshi, dopo aver praticato per 17 anni il jūjutsu***** con l’idea di ricavarne elementi utili all’evoluzione della disciplina a cui aveva dedicato la vita.

Mabuni

Mabuni Kenwa

Anche il jūjutsu affonda le sue radici nei contatti tra la Cina e il Giappone (dal VI al IX SECOLO). La matrice cinese accomuna sia l’arte sviluppata in Giappone, ovvero il jūjutsu, sia l’arte elaborata ad Okinawa, ovvero il karate. Dal punto di vista culturale, è assolutamente significativo osservare il processo di formazione di due discipline che hanno origine da un’arte madre e si evolvono in contesti differenti come un fenomeno di “riconversione di un’opera culturale e delle forme differenti che può assumere del tempo e nello spazio.” 

Il Wadōryū è il risultato, da un lato, della fusione di queste due arti che il maestro Ōtsuka ottenne, inconsapevole della loro comune origine, e dall’altro, dell’integrazione di elementi che ricavò in parte dalla corrente dello Shōtōkan, essendo stato discepolo di Funakoshi, e in parte dalla corrente dello Shitōryū, avendo stabilito stretti contatti con Mabuni. Ōtsuka fissò 9 kata sulla base della ferma convinzione che, per cogliere la profondità di ognuno di essi e l’efficacia delle relative tecniche di combattimento, fosse necessario la continua ripetizione di un numero ristretto di kata, così come accadeva per il kenjutsu, ovvero l’arte della spada giapponese. I suoi successori ne hanno aggiunti 7, raggiungendo un totale di 16.
La quattro scuole più conosciute, sopra descritte, si diffusero principalmente nel centro del Giappone****** dalla fine degli anni Venti del secolo scorso. Da allora si pone il problema dell’integrazione del tōde al budō.

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*Tokitsu sostiene l’ipotesi che le parole Shōrin e Shōrei derivino entrambe dal nome: shaolin. Infatti la lingua locale di Okinawa, essendo un dialetto della lingua giapponese, non distingue la pronuncia delle lettere “r” e “l”. Shōrin è la pronuncia giapponese della parola cinese shaolin ma, probabilmente, gli okinawensi adottarono la pronuncia shōrin in una certa epoca e la pronuncia shōrei in un’altra. Entrambi i termini si riferirebbero all’arte cinese Shaolin quan (la boxe del tempio shaolin). Il tempio in cui veniva praticata questa disciplina risale alla fine del V SECOLO. In seguito alla sua distruzione, vennero edificati molti templi con lo stesso nome in diverse zone della Cina. La diversificazione regionale portò alla formazione di correnti dello Shaolin quan radicalmente differenti. Si pensa che le radici della molteplicità delle scuole di tōde ad Okinawa risalgano in primo luogo alla diversità delle correnti dello Shaolin quan in Cina. (K. Tokitsu, op. cit., p. 94.)

**Asato (1828-1906) è ricordato come uno degli allievi più brillanti del maestro Matsumura.

***Nelle arti tradizionali giapponesi, con il termine kata, che letteralmente significa forma, si indica una sequenza di gesti tecnici che hanno subito un processo di codificazione. Il kata non può essere considerato in modo semplicistico come un’insieme di forme da ripetere automaticamente o come si sente spesso dire “un combattimento immaginario”. Il kata stabilisce delle conoscenze profonde con il fine di formalizzare delle tattiche di combattimento. Lo studio di un kata dura una vita intera, è la continua ricerca del perfezionamento della forma e dell’efficacia in combattimento. Allenarsi ad un kata dovrebbe dare luogo ad un flusso bidirezionale: da un lato, il karateka riceve dal kata l’esperienza dei propri predecessori e dall’altro il karateka “riempie” il kata con la propria esperienza così da poter scoprire nuove tecniche e nuove possibilità di applicazione.

****Il maestro Higaonna (1853-1915) nacque a Naha e fu iniziato all’arte del combattimento da Arakaki Seshō, un cinese di Kume. Egli gli insegnò l’arte del Sud della Cina il cui accento cadeva sul lavoro muscolare e la potenza. Nel 1872 Higaonna partì per la Cina e vi trascorse ben 15 anni. In quel periodo Higaonna ricevette direttamente l’insegnamento della scuola Liu qia quan, una della cinque scuole dello Shaolin quam del Sud delle Cina. Tornato a Okinawa nel 1887, dopo due anni aprì un dōjō a Naha dove iniziò ad insegnare il nahate che, con Miyagi acquisì il nome di Gōjūryū.

*****Il jūjutsu risale al VIII SECOLO. Veniva studiato dai guerrieri come tecnica di combattimento corpo a corpo nei campi di battaglia nel periodo delle guerre feudali. È l’arte marziale giapponese da cui derivano il jūdō e l’aikidō rispettivamente istituiti dal maestro Kano Jigorō alla fine del XIX SECOLO e dal maestro Ueshiba Morihei durante gli anni Trenta del secolo scorso.

******I maestri fondatori degli stili più diffusi si trasferirono tutti nel centro del Giappone e non ebbero allievi ad Okinawa, ad eccezione del maestro Miyagi, che riuscì a sviluppare la sua scuola contemporaneamente sia nel centro del Giappone che ad Okinawa.

4. L’inserimento del karate tra le discipline budō

Funakoshi fu il primo a diffondere il karate nel centro del Giappone con l’intenzione di inserirlo tra le discipline budō. Risale al 1922 la prima dimostrazione a Tōkyō, nel dōjō di Kano in cui Funakoshi presentò la sua arte al Giappone. Egli rivestì un ruolo fondamentale nell’evoluzione del tōde, in particolar modo favorendo il rafforzamento dell’identità giapponese del karate a discapito dell’identità madre, quella cinese.
Come ho anticipato nel primo capitolo, il nome antico di karate era tōde, 唐手, ovvero “la mano (te 手) della Cina (tō 唐)”. All’inizio del XX SECOLO, Funakoshi cominciò a trascrivere il primo ideogramma di tōde, 唐, con l’ideogramma 空 (kara) che significa “vuoto”. Questa sostituzione fu possibile perché l’ideogramma 唐 si può anche pronunciare kara. Venne così coniata la nuova parola karate, ovvero “la mano vuota”. L’utilizzo dell’ideogramma 空 ebbe un doppio risultato: da un lato, permise di nascondere la fastidiosa presenza cinese e, dall’altro agevolò la valorizzazione del termine karate. Infatti, l’ideogramma 空 favorì la rievocazione del profondo significato di “vuoto” secondo l’accezione del buddismo zen*.
La mia analisi si concentra sul primo effetto di questo cambiamento. La motivazione fondamentale alla base di questa sostituzione è riscontrabile nel contesto storico giapponese. L’inizio del 1900 fu caratterizzato dalla rapida diffusione di un marcato spirito nazionalistico in seguito alla costituzione del nuovo e potente stato giapponese ad opera dell’oligarchia Meiji. Chiaramente l’ideogramma 唐 fu presto identificato come un elemento di disturbo per l’integrazione del karate nella tradizione del budō, tra l’altro molto vicina al militarismo giapponese. Funakoshi si rese conto della necessità di cancellare ogni traccia dell’identità cinese del karate. L’eliminazione della componente cinese era finalizzata a rendere il karate degno di appartenere al rango delle discipline budō accomunate dalla volontà di raggiungere lo stato di un uomo a mani vuote. Non solo si preoccupò di dissolvere l’immagine cinese del nome karate ma, vi aggiunse anche il suffisso dō che caratterizza quasi tutte le discipline gendai budō**.  Ebbe così inizio un processo di revisione delle denominazioni classiche relative alla terminologia del karate adottata fino a quel momento. L’introduzione di nuove denominazioni e la cancellazione di altre a sostegno dell’ammissione del karate tra le discipline budō non fu operata solo da Funakoshi. Altri adepti molto influenti sposarono la causa del fondatore dello Shōtōkan. Tra questi emerge il maestro Miyagi che decise di abolire le antiche denominazioni di shurite, nahate e tomarite, che accentuavano il carattere locale della formazione del karate ed impedivano la formulazione di una nuova immagine che potesse conformarsi ai canoni richiesti perché un’arte marziale fosse pienamente riconosciuta come disciplina budō. Come Funakoshi, anch’egli ritenne indispensabile adottare il suffisso dō. Prima di aggiungere al suffisso dō alla parola karate, Miyagi era solito adottare l’espressione karatejutsu. La parola jutsu significa semplicemente tecnica e non presenta alcuna valenza culturale specifica. La parola jutsu poteva essere utilizzata indifferentemente sia nel campo delle arti marziali che nel campo dell’artigianato. Per quanto concerne la parola dō, invece, il valore storico-culturale aggiunto è notevole. Per esempio, nel caso delle discipline budō, essa fa riferimento a tutte quelle arti marziali che nel corso dei secoli hanno intrapreso un percorso di auto-ridefinizione che mirasse alla depurazione della loro componente violenta per non produrre guerra, bensì instaurare la pace. Questo processo di rielaborazione si dipanò secondo le seguenti tappe: come vincere distruggendo l’avversario; come vincere utilizzando meno forza; come vincere senza uccidere l’avversario; come non fare la guerra; come diffondere la pace. La decisione di aggiungere il suffisso dō alla parola karate testimonia il fatto che i maestri avevano compreso quanto fosse necessario conferire al karate un senso storico-culturale (che effettivamente non gli apparteneva) per fare in modo che fosse ad esso attribuita l’etichetta di arte budō.
Il fenomeno di nipponizzazione del karate attraverso la manipolazione terminologica interessò principalmente tutti quegli stili che ebbero una forte diffusione nell’isola principale del Giappone anche se non in ugual modo.
Prenderemo ora in considerazione due stili: il primo è lo Shōtōkan, che fu soggetto ad un processo di trasformazione più pervasivo; il secondo è lo Shitōryū, che rientra tra quelle correnti che, nonostante la notevole influenza giapponese, continuarono a mantenere un certo legame con la tradizione cinese, utilizzando principalmente le denominazioni classiche, risultato della fusione del cinese con il dialetto di Okinawa, lo uchināguchi***.  Non si riscontra l’utilizzo di parole puramente okinawensi nel linguaggio del karate, che, in realtà, può essere definito come l’effetto della mescolanza di elementi derivanti dalla varietà della lingua cinese di Pechino, della regione del Fujian e dalla lingua giapponese parlata ad Okinawa, a Satsuma ed a Tōkyō.

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*Quando scelse di sostituire l’ideogramma che significa “Cina” con quello che richiama il senso di “vuoto”, Funakoshi si basò su due frasi centrali dell’insegnamento buddhista zen: shikisoku zekū e kūsoku zeshiki che rispettivamente significano: “tutti gli aspetti visibili della realtà equivalgono al vuoto” e “il vuoto è l’origine di tutta la realtà”.

**Gendai budō sono le arti marziali moderne e si differenziano dalle koryō bujutsu, le arti marziali antiche.

***Con l’espressione uchināguchi si indica la lingua autoctona di Okinawa. Uchinā significa “Okinawa” in lingua locale; guchi significa “bocca”. (In giapponese, lo uchināguchi è diventato Okinawago. Go significa “lingua”). La lingua ufficiale di Okinawa deriva dal processo di standardizzazione del dialetto di Shuri durante il regno del sovrano Shō shin (1477-1526).



5. I nomi dei kata

I nomi dei kata* saranno al centro dell’ analisi terminologica. La trasmissione del karate ebbe luogo senza l’ausilio della scrittura. Quando un nuovo kata sopraggiungeva dalla Cina ad Okinawa, l’unico mezzo di comunicazione era rappresentato dall’oralità. I nomi dei kata, in lingua cinese**, venivano pronunciati secondo il sistema fonologico okinawense e i loro significati erano ovviamente incomprensibili alla popolazione. Quando si presentava la necessità di scrivere il nome di un kata, per esempio in occasione di una dimostrazione di fronte ad una delegazione dell’imperatore della Cina, venivano scelti ideogrammi che corrispondessero alla pronuncia okinawense del nome del kata in lingua cinese.  Difatti, le denominazioni classiche di Okinawa erano semplicemente la rievocazione di un suono e non veicolavano alcuna chiara immagine rappresentativa, per lo meno all’inizio. Funakoshi era cosciente del fatto che mantenere i termini di derivazione cinese sottoforma di traslitterazioni fonetiche avrebbe ritardato, se non impedito, la piena diffusione del karate in Giappone. Per tal motivo, egli scelse di conferire ad ogni kata un’immagine simbolica che evocasse un’idea specifica tramite l’adozione di ideogrammi che corrispondessero al sistema di pronuncia giapponese. Ed è questa la motivazione per cui un gran numero di kata praticati dalla corrente dello Shōtōkan presentano un nome diverso da quello utilizzato dalla maggior parte delle altre scuole. Propongo ora due liste di kata: la prima elenca alcuni kata praticati nelle scuole di Shitōryū che non sono stati sottoposti al processo di nipponizzazione terminologica; la seconda presenta i corrispettivi nomi dei kata della prima lista modificati radicalmente dal maestro Funakoshi.

NOMI DEI KATA DELLO SHITŌRYŪ NON NIPPONIZZATI*** NOMI DEI KATA DELLO SHŌTŌKAN NIPPONIZZATI
PINAN
ピンアン
HEIAN
平安
NAIFANCHI
ナイファンチ
TEKKI
鉄騎
KŪSHANKŪ
クーシャンクー
KANKŪ
観空
SEISAN
セーサン
HANGETSU
半月
CHINTŌ
チントー
GANKAKU
岩鶴
WANSHŪ
ワンシュー
ENPI
燕飛
SEIPAI
セーパ
Non viene praticato dallo Shōtōkan non esiste un nome corrispettivo
SANSĒRŪ
サンセールー
Non viene praticato dallo Shōtōkan non esiste un nome corrispettivo
SAIFA
サイファ
Non viene praticato dallo Shōtōkan non esiste un nome corrispettivo
SEIENCHIN
セイエンチン
Non viene praticato dallo Shōtōkan non esiste un nome corrispettivo
SŪPĀRIMPEI
スーパーリンペイ
Non viene praticato dallo Shōtōkan non esiste un nome corrispettivo
KURURUNFA
クルルンファ
Non viene praticato dallo Shōtōkan non esiste un nome corrispettivo

Il kata Pin’an ピンアン, è diventato Heian. La parola è composta dagli ideogrammi 平 (hei) e 安 (an) che insieme producono il significato di “pace, tranquillità, serenità”. Il kata Naifanchin ナイファンチ, è diventato Tekki. La parola, composta dagli ideogrammi 鉄 (testu, acciaio) e 騎 (ki, cavaliere) significa “cavaliere d’acciaio”. Questo nome rimanda alla posizione del corpo caratteristica di questo kata che ricorda, appunto, la postura di un cavaliere la cui attitudine è sprigionare una forza d’acciaio. Il kata Kūshankū クーシャンクー, è diventato Kankū. La parola, composta dagli ideogrammi 観 (kan, guardare) e 空 (kū, cielo) significa “guardare al cielo”. Il gesto di partenza di questo kata rappresenta l’immagine di un uomo con uno stato d’animo aperto “verso il cielo”. Il kata Seisan セーサン, è diventato Hangetsu. La parola, composta dagli ideogrammi 半 (han, metà) e 月 (getsu, luna) significa “mezza luna”. Il nome indica la peculiarità del kata di spostare i piedi a semicerchio. Invece, il nome non nipponizzato deriva, con grande probabilità, dall’espressione cinese shi san shi che significa “tredici energie”.**** Il kata Chintō チントー, è diventato Gankaku. La parola, composta dagli ideogrammi 岩 (gan, roccia) e  鶴 (kaku, gru) significa “gru posata su una roccia”. Funakoshi scelse questa immagine partendo dalla posizione peculiare di questo kata realizzata appoggiando un solo piede a terra con l’altro posizionato all’altezza del ginocchio della gamba opposta. Il kata Wanshū ワンシュー, è diventato Enpi. La parola, composta dagli ideogrammi 燕 (en, rondine) e 飛 (hi, volo) significa “volo di rondine”, e richiama la rapidità di esecuzione del kata.
Gli ultimi sei esempi proposti non hanno un corrispettivo nipponizzato perché la corrente dello Shōtōkan non pratica i sei kata a cui si riferiscono. Ritengo siano comunque molto interessanti perché sono l’esemplificazione del modo in cui i relativi nomi cinesi furono adattati al sistema fonologico del dialetto okinawense. I nomi di questi kata, praticati dal Gōjūryū e dallo Shitōryū, derivano rispettivamente dai seguenti nomi cinesi originali: shi ba shou, san shi liu, zuo fa, sui yun jing, yi bai ling ba e kun lun fa*****. Ovviamente, questi nomi hanno dei significati ben precisi che le denominazioni okinawensi non riescono a trasmettere. La sequenza degli ideogrammi per ognuno di questi nomi non richiama una chiara immagine come accade per i nomi nipponizzati.

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*Si noti che la stessa parola kata non è originaria della cultura di Okinawa. Essa veniva utilizzata nelle arti marziali giapponesi, come il kenjutsu o il jūjutsu. Fino all’inizio del XX SECOLO, le concatenazioni dei gesti e movimenti tecnici venivano chiamate ognuna con un nome proprio. Per esempio, Naifanchi o Seisan.

**La combinazione degli ideogrammi permetteva di giocare sul significato dato al nome di un particolare kata. Infatti, la scelta poteva variare in occasione in occasione a patto che si mantenesse la stessa pronuncia.

***Tutti i nomi elencati nella prima colonna possono ovviamente essere scritti anche con i relativi ideogrammi. Ma la mia decisione di trascriverli in katakana vuole essere un modo per sottolineare la loro forma originaria di semplici adattamenti fonetici alla lingua di Okinawa. Tra l’altro, ancora oggi, in diversi libri dedicati al karate, vengono scritti in katakana (uno dei tre sistemi di scrittura della lingua giapponese. Viene utilizzato per scrivere tutte quelle parole straniere che non hanno un corrispettivo nella lingua giapponese).

****Questa espressione fa riferimento allo yi jing, il Libro dei Mutamenti. È uno dei testi classici del Taoismo e del Confucianesimo in cui si spiega che i fenomeni dell’universo si manifestano attraverso tredici energie. *****Il nome cinese di seipai significa “diciotto” (numero dei movimenti eseguiti nel kata) e deriva probabilmente dalla tecnica shi ba shou della corrente dello Shaolin Quam del Sud della Cina. Il nome di sansērū vuol dire “trentasei” (numero delle tecniche compiute nel kata); il nome di Seienchin rappresenta l’insieme di quei movimenti mediante cui si può acquisire l’energia mobile capace di adattarsi alla situazione mutevole del combattimento. Infatti, sui significa “seguire liberamente”, yun designa il movimento e jing l’energia. Il nome cinese di Kururunfa fa riferimento al metodo di kun lun, che veniva insegnato nel tempio buddhista situato sul monte kun lun. Il nome cinese di Sūpārimpei vuol dire “centootto”, il numero totale dei movimenti tecnici eseguiti in questo kata.